pattykor122's Blog

mai dire mai


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Remo dai capelli rossi

Suona la campanella che annuncia l’intervallo usciamo tutti nei corridoi, piú che per rinfocillarci, per sgranchirci le gambe e cazzeggiare con gli amici.
Arterie larghe e interminabili quando si deve andare in bidelleria a chiedere del gesso, diventando vasi capillari quando ci riversiamo come un fiume umano, alla volta del panino o della chiaccherata liberatoria, dopo ore di messa a fuoco sulla lavagna e spremitura di meningi, nell’ascoltare i Prof.ri che spiegano la lezione.
Nella confusione, strusciamenti , spintoni e incazzature varie per chi cede il passo all’altro nel passare.
Va cosí che quella mattina, un bontempone mi spinge di prepotenza per farsi largo, addosso ad un abitué dell’istituto, un ripetente talmente ripetente che a 16 anni era ancora lì, aveva piantato tenda, quasi fosse in  campeggio.
Insomma avviene lo scontro tra me e lui, mi volto e gli chiedo scusa spiegandogli che non era voluto, ma accidentale. Guardandomi con aria truce mi assolve dai miei peccati.
Ma il bontempone torna alla carica e di nuovo in maniera irruenta si fa spazio, facendomi caracollare sul  “campeggiatore”.
Scusandomi di nuovo e costernata per l’accaduto gli volto le spalle e torno a parlare con le mie amiche, quando mi arriva un calcio potente nel prezioso deretano.
Io che sono sempre stata una persona educata e mai riottosa, sempre con 10 in condotta, mai una nota, -non sapevo neanche cosa fosse – mi trasformo in una sorta d’indemoniata e comincio a menar calci e pugni a destra e a manca , colpendolo dio solo sa quante volte, il “caruccio” sorpreso dalla mia reazione e spiazzato , cerca di difendersi dal mio attacco e in qualche modo cerca di rendermi la pariglia, ma non riesce a schivare i miei colpi , talmente sono veloci e ben assestati.
Vengono a dividerci 4 bidelli , 3 tutti per me e 1 “poverino” solo per lui – che qualche schiaffo- se l’é pure beccato.
Esterefatti dalla mia violenza e dalla mia trasformazione, ero passata dalla fase Dott.Jekyll a Mr.Hyde, mi trattengono e mi calmano, uno chiudeva la bocca all’altro visto che erano rimaste aperte per la sorpresa, in attesa che arrivasse la direttrice, prontamente avvisata dell’accaduto.
Silenzio in giro, solo il rumore del mio e del suo fiatone, lui per la verità si lamentava pure, il mio ginocchio aveva fatto visita in maniera irruenta nella sua sala biliardo, le palle erando andate a far salotto con le sue tonsille e da qui i suoi ” ahi ahi”.
Si odono passi tonanti e si era capito di chi si trattasse, pensai in un nanosecondo ” e mo so cazzi” .
Devo riconoscere che quel giorno ho fatto piú sorprese io che babbo natale , perché quando arriva la preside e mi vede, come successe ai bidelli anche lei rimane a bocca aperta, data la mia irreprensibilità e la mia educazione stentava a crederci, raccogliendosi la mandibola da terra, c’invita a me e al 4 palle a seguirla in presidenza.
Prima vuole sentire la mia versione dei fatti che io le espleto fino ai minimi particolari, mi fa uscire e nel frattempo che prendeva nota, il mio compagno di sventura con sguardo assassino , mi minaccia a denti stretti che mi avrebbe aspettato all’uscita della scuola ” certo per prenderle ancora” oltre che a vantarsi che a lui sarebbe filata liscia, mentre cerco di stare calma , perché la trasformazione sentivo che stava per compiersi di nuovo, si apre la porta e la preside lo fa entrare, penso… ” peccato volevo sfogarmi ancora un po!”.
Insomma alla fine della fiera la preside dopo avermi fatto pure i complimenti per come mi ero difesa e giustamente comportata, anche se si era raccomandata di non farlo piú, mi fa tornare in classe, senza nota , al campeggiatore 4 palle , 5 giorni di sospensione e la promessa finale dell’ennesima bocciatura, tanto a lui non dispiaceva, era di casa ormai.
Il suo nome era Remo, capelli rossi come la lava e dalle miriade di efelidi sulle gote, rosse anch’esse, che dal giorno dopo, diciamo dal suo rientro a scuola 5 giorni dopo , divenne mio amico e guardia del corpo, guai a chi mi toccava o si permetteva di mancarmi di rispetto, lui come un perfetto bodyguard prendeva le mie difese.
Tutto questo perché ci chiarimmo senza rancore ,Remo era un bravo ragazzo ,solo con una vita un pò complicata. Si, ci chiarimmo senza rancore, ma diciamolo pure un pò di paura gliel’avevo messa ahahah.
Ps. Non so come andò a finire con la tenda e se riaprí la sala biliardo.


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Pennette alla Patty

Vi é mai capitato di tornare a casa dal lavoro e aprendo il frigorifero trovarci solo la desolazione? A me si , in quei periodi di lavoro intenso che non ti permettono di lasciare un attimo, neanche per fare la ” plin plin” o andare a fare la spesa al supermercato.
Fortunatamente ho una dispensa, che nei momenti di grassa , é capace di sfamare un esercito intero e mi regala la salvezza proprio quando penso di dover rimanere a stecchetto forzato. Allora i miei occhi spaziano sullo scaffale, in cerca di qualcosa da poter trasformare in pranzo o cena: piú pranzo per la verità, scatolette di tonno, puré di patate in fiocchi -per emergenza- altrementi preferisco farlo con i tuberi freschi ,pacchi di pasta di ogni formato e riso di tutti i tipi, i succhi di frutta la fanno da padrone, che devo fare …mi piacciono, cosí pure i kg di zucchero giacenti nei loro sacchetti di carta bianchi con la striscia blu, i pacchetti di bicarbonato, 4 ogni volta che faccio rifornimento, quello non deve mai mancare e poi tanto e tanto altro.
Ma quando anche quella é scarna , allora so cazzi e mi devo inventare l’impossibile per metter giú qualcosa che ci porti a muovere le mandibole nell’atto di masticare.
Va cosí che un giorno , trovandomi in quel frangente, ho inventato le penne alla Patty.
Quello che avevo erano 2 scatolette di tonno, del burro, una cipolla, panna, parmigiano e -basilico fresco- gentilmente offerto da mio suocero, che si diletta a piantarne quintali nel periodo estivo , da aggiungere alla salsa di pomodoro, rigorosamente piantati da lui anch’essi. Fu cosí che misi della cipolla a sfrigolare nel burro, ci aggiunsi il tonno , quasi a fine cottura aggiunsi la panna, parmigiano e taaaanto basilico-per onorare il duro lavoro di mio suocero-, aggiustai di sale e mantecai le pennette che nel frattempo avevo messo a bollire! Beh ragazzi miei un piatto cosí gustoso non l’avevo mai mangiato, nemmeno nel ristorante dove cucino abitualmente – il mio- già perché é quello che faccio, cucinare prelibatezze, ma quando torni a casa e devi far funzionare il cervello a giri contrari, escono certe coseeee…provare per credere , io la dritta ve l’ho data , ops la ricetta, contravvenendo alla regola , che un cuoco non svela mai i suoi segreti e nemmeno le sue ricette …ma per voi ho fatto un’eccezione!


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Luna piena

Che dolce la notte, quando c’é luna piena. La luce che filtra e s’insinua tra le persiane e noi intenti a far l’amore, in quel magico miscuglio di odori e sapori, ci facciamo accarezzare ,in quella antica danza, scandida da ritmi e tempi , legando i nostri corpi come se fossimo in uno solo. Che dolce la luna che ci guarda silenziosa , in attesa di un pensiero e di un sospiro liberatorio, attimo di spamodico tormento,alla ricerca della dolce morte. Io e te volteggiando  nell’aria carica di sensazioni, di pruriti e di smania insaziabile, ci respiriamo …piangendo nella felicità..


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Siamo tutti importanti

Questa favola l’ho inventata e raccontata a mio figlio Gianluca , quando era piccolino…….

Ora vi racconto una favola…
C’era una volta un secchiellino di nome Thommy, serviva ai muratori per impastare il cemento con l’aiuto della cazzuola.
Era una notte buia e stellata, in un grande deposito per metà coperto con una tettoia e per metà piazzale ,ma tutto recintato, riposava.
Thommy insieme ai suoi compagni di lavoro dorme tranquillo, fino a quando il suo sonno viene interrotto da un chiariccio in sottofondo.
La gru che si chiamava Berta, la ruspa dal nome Lia e camion Ugo si erano spostati nel piazzale , rischiarato e illuminato dalla luna.
I tre erano immersi in una conversazione, che si stava trasformando in una vera e propria litigata.
I toni delle loro voci si facevano via via sempre piú accesi.
GruBerta sosteneva di svolgere il lavoro piú importante.
” Ma state scherzando? Sono io che devo fare il lavoro piú pesante, dalla mattina alla sera devo sollevare pesi enormi da un posto all’altro nel cantiere, con enorme fatica!”.
” Ma cosa dici? Io cosa devo dire ,che mi tocca ruspare senza sosta, facendo attenzione a non divellere tubazioni e impianti elettrici!” risponde RuspaLia.
” Eh no, qui se non ci sono io va tutto a rotoli, signore mie!” fa eco nel discorso CamionUgo.
” Cosa ne sarebbe del vostro lavoro ,se non ci fossi io ,che faccio avanti e indietro trasportando materiale, sacchi di cemento, travi, pontelli e quant’altro, per tutto il giorno, dal negozio al cantiere?”.
Insomma, chi piú reclamava la sua indispensabilità e la sua importanza.
Le voci erano diventate talmente forti, che tutti i cagnolini del vicinato, avevano preso ad abbaiare, nel tentativo inutile di farli smettere di litigare.
Alché il secchiellino Thommy armato di coraggio e stanco di ascoltare questa diatriba, si piazza davanti a loro, che si erano chiusi in cerchio nel piazzale, convinto che da li a poco sarebbe riuscito a porre fine a questa caciara.
” Sentite amici miei, a parte l’ora che vi consiglia solo di dormire e riposare, avete mai pensato che se non foste tutti importanti l’un per l’altro nessuno riuscirebbe a lavorare? Ognuno di noi ha un compito ben preciso, ed é importante e indispensabile per far svolgere il proprio lavoro anche all’altro, siamo come una catena di montaggio, se un ingranaggio non funziona l’intero sistema smette di funzionare. Ecco perché vi dico che siamo tutti importanti a questo mondo, ognuno nel suo piccolo apporta il proprio contributo! Ecco perché il mondo é tanto bello, perché sappiamo tutti qual’é il nostro posto! Quindi assodato questo, torniamo a riposare, domani si aprirà il cancello e si torna a lavorare! Buonanotte amici miei!”.
Cosí facendo, Thommy il piú piccolo degli attrezzi sia per l’ età sia per la mole, riporta la pace nel capanno. GruBerta, RuspaLia e CamionUgo a testa bassa, dopo aver chiesto scusa l’uno all’altro e in totale silenzio , tornano a riposare, cosí come i cagnolini che tranquilli avevano smesso d’abbaiare.
Il silenzio regnava tutto intorno , la pace era tornata e sotto il cielo stellato e illuminato dalla luna, un secchiellino dal nome Thommy soddisfatto e con sorriso sulle labbra, chiude gli occhi e stanco, vinto dal sonno, si addormenta.


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Una, due, tre volte

Ero andata con mia madre al mercato, che si svolgeva ogni venerdí mattina al lungo lago, una passeggiata tranquilla tra le bancarelle, mia madre si ferma al solito posto per
comprare il pesce  che sarebbe diventato una buonissima zuppa per il pranzo, come ogni settimana in quel giorno.
Sulla strada del ritorno esattamente a metà della ” Ruga”, una via storica adibita solo al passaggio pedonale e molto suggestiva, per i suoi negozietti dal sapore antico e per in sanpietrini di cui é pavimentata, incontriamo un’amica di mia madre, che ci ferma e dopo i soliti convenevoli esclama , ” Anna, hai saputo cosa é successo ieri a Intra?”…

Suona il citofono di casa una, due, tre volte, scendo giú per le scale facendo i gradini quattro per volta, erano due anni che non ci vedevamo ne sentivamo, quella stupida incomprensione e litigata ci aveva allontanato, rendendoci estranee , quando eravamo sempre state come due sorelle.
Non ci furono parole , le uniche due che pronunciammo a fior di labbra furono i nostri nomi, ” Patrizia!…”, ” Antonella!…”, le altre non servivano. Era lí davanti al portone con gli occhi gonfi e rossi di pianto, ci abbracciammo in silenzio, rimanemmo strette a lungo…piangendo.
Quella mattina, insieme a suo fratello D. su un maggiolone verde – che da allora odiai- andammo nella camera mortuaria del cimitero, V. la loro sorella maggiore , era adagiata in una bara bianca, in attesa del suo funerale che si sarebbe svolto il giorno dopo…

Il pomeriggio prima , V. intrattenendosi con un’amica – un’amica in comune- confidò che stava andando da G. il suo ragazzo, per porre fine alla loro storia. Era stanca dei suoi colpi di testa, dei suoi tira e molla, cinque anni prima , l’aveva piantata in asso a pochi giorni dal loro matrimonio, casa comprata, bomboniere, abito da sposa, lasciandole l’incombenza dei pagamenti, debiti a cui lei faceva fronte , lavorando senza sosta. Si erano lasciati si, ma l’amore per lui era rimasto, tant’é che dopo qualche tempo, V. decide di riprovare con lui, andando contro il volere dei suoi genitori, che giustamente non ne volevano piú sentir parlare. Ma la vita deve percorrere la sua strada.
” Vado che si é fatto tardi, altrementi G. mi ammazza!”, mai parole furono piú nefaste!
Arriva nella palazzina dove abitava lui e non trovandolo, decide di aspettare dalla vicina al piano di sotto.
Passa il tempo, fino a quando lui rientra a casa, lei lo raggiunge ed entra nell’appartamento, si era sfilata il cappotto ed iniziano a parlare, le intenzioni di V. erano chiare, ma non quelle di G. che non accetta questa sentenza, nasce cosí una colluttazione…V. viene massacrata di botte, accoltellata e come colpo di grazia, finita con una fiocina a molla, -di quelle che entrano dritte e poi si aprono- scoccata con un fucile subacqueo in pieno cuore.
Lasciata e poi trovata senza vita in una pozza di sangue sul pianerottolo della palazzina…

Davanti a me , una sposa era adagiata in quella bara bianca, quel vestito comprato e abbandonato cinque anni prima in uno scatolone, aveva trovato un  senso in quella giornata, bianca la sua pelle, bianchi i fiori, bianco come tutto in quel giorno, l’assenza di colore strideva, col grigio tutto intorno e col nero nell’anima.
I medici all’obitorio in ospedale, avevano rimesso tutto a posto, suturato, ricostruito per renderla presentabile agli occhi dei suoi cari e alle persone che l’amavano.
Al resto ci pensarono gli addetti delle pompe funebri.
Noi sapevamo dove soffermarci con gli occhi, in testa oltre al velo , le avevano applicato una papalina ,perché nascondesse quella parte mancante di cuoio capelluto, l’occhio sinistro quello colpito ,anche se rimesso nella sua orbita era leggermente sporgente, le profonde ferite suturate , sapientemente nascoste sotto strati e strati di cerone, per darle una parvenza di morte serena.
Il mio sguardo sapeva dove cercare la conferma che tutto ciò era realmente accaduto, un incubo e si fermò sulla sua mano destra, quella ferita nel tentativo di schermarsi e di difendersi, che lei aveva aperto a largo palmo, quella mano a cui lui , il carnefice, aveva reciso i tendini, trasformandola in una sorta di uncino accartocciato , quella mano adagiata sotto quella aperta,  senza segni, intatta e dolce, quella mano devastata che per la forma assunta, poggiata quasi sul seno sinistro, anch’esso ricostruito per colmare il vuoto creato , pareva volesse stringere e tener fermo, con disperazione, il cuore , quello che le era stato spezzato e portato via e che realmente non c’era piú.
Il mio saluto a V. prima che le ponessero il sigillo dell’eternità.
Ho vissuto questo lutto , insieme ai genitori e ai fratelli oltre che con Antonella, é questo che volevano, considerandomi di famiglia ed é questo che volevo considerandomi parte della loro.
” Patrizia, stai con noi e sopratutto con Antonella, tu sei importante per lei…come una sorella!”, questo é quello che mi disse G. la madre della mia amica, scoppiando in lacrime e abbracciandomi.
Il momento dell’addio a V. era arrivato, quel pomeriggio anche il cielo piangeva quella morte assurda e devastante, anche lui aveva bisogno di darsi una spiegazione, quando spiegazione non c’era, cosí si lasciava andare in un pianto ininterotto che si mischiava alle nostre lacrime e all’assenza di pensieri. Al funerale partecipò tutta la cittadinanza, un fiume umano percorreva la strada principale della città, il silenzio regnava su tutti , solo i singhiozzi e lamenti di noi in prima fila , della famiglia di V. e i suoi parenti che stretti l’uno all’altro a farci forza, a passo scomposto e lento , seguivamo il feretro della nostra cara…trascinandoci.

V.era giovane , nel pieno della vita, era una ragazza esile e minuta, bionda ossigenata, con i capelli lughi fin sotto le spalle, lisci e fini, occhi castani da cerbiatta, la voglio ricordare nei pomeriggi d’inverno ,nella sua cucina ,accanto al tavolo, con i suoi fratellini immersi a fare i compiti sui quaderni e a G. con la spugna in mano a rassetar cucina, la voglio ricordare in  vestaglietta di raso nera, con la sua tazza di the fumante in mano e lo sguardo dolce e col sorriso sulle labbra…

V. fu uccisa il 10 marzo 1983 a Intra , lo stesso giorno ,nella stessa città, nella stessa via ,quasi alla stessa ora, un’altra giovane ragazza perdeva la vita per mano del suo fidanzato, A. questo é il suo nome. Ogni volta che si ricorda V.si ricorda A, vittime del femminicidio. A loro il mio pensiero in questo mio scritto e a loro le mie preghiere perché riposino in pace.
Perché non siano dimenticate…

” No, non so niente, cosa é successo a Intra?” risponde mia madre.
” Hanno ucciso la figlia dei C. Tua figlia é sua amica!”
Nella mia testa sembrava fosse esplosa una bomba, confusione, panico, chi era stata uccisa? Chi la mia amica? Antonella o V.? Chi ha ucciso chi?, riuscivo a sentire come in un eco lontano,
” No la figlia maggiore,”.
Lascio mia madre dove sta e mi metto a correre a perdifiato su per il resto della Ruga e ancora piú su ,fino ad arrivare al rettilineo che mi avrebbe dopo un km circa, riportato a casa.
Tra le lacrime che mi offuscavano la vista, incurante dei passanti che sul marciapiede mi schivavano per evitare lo scontro, con la paura di arrivare tardi per chi sa dove, il mio pensiero ,l’unico sopravissuto in quel momento, era tornare a casa e chiamare al telefono la mia amica, per avere una conferma su ciò che le mie orecchie avevano udito, ma con la speranza in cuor mio di una smentita.
Il mondo in quel momento non esisteva, non c’erano spiegazioni che tenessero fermi i miei pensieri e il mio smarrimento.
Arrivo a casa, salgo le scale, corro nello studio di mio padre e afferro la cornetta del telefono, ma non faccio a tempo a comporre il numero…stanno suonando al citofono ,una , due, tre volte…

Ps: I nomi dei protagonisti sono volutamente siglati e non estesi per intero, per non ledere la loro privacy.